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Come produrre grandi quantità di idrogeno

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Troviamo e riportiamo un interessante video sul come produrre idrogeno in modo semplice e veloce senza l’utilizzo dell’elettrolisi (che come si sà è un processo che necessita di moltissima energia per scindere l’ossigeno dall’idrogeno presente nell’acqua).
Questo metodo utilizza del semplice Acido Muriatico e palline fatte con fogli d’alluminio (Carta Stagnola).

http://video.civado.eu/2008/07/12/come-produrre-grandi-quantita-di-idrogeno/

HOW-TO Make Huge Amount of Instant Hydrogen
Clicka qui per vedere il video!

Grosso inconveniente di questa soluzione è l’eccessiva quantità di residui inquinanti (acido muriatico) e l’eccessivo costo dell’alluminio.



Ferma il mal di testa e le onde elettromagnetiche del computer con un catus

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Vi preoccupa l’idea che non si conoscano ancora bene gli effetti dei campi elettromagnetici sul corpo umano? Se passate parecchie ore al lavoro davanti ad un monitor vi bastano 10 centimetri e 3 euro di budget. A metà degli anni ‘80, i ricercatori dell’Istituto di Geobiologia di Chardonne in Svizzera, hanno annunciato di aver eseguito test sui dipendenti affetti da continui mal di testa e stanchezza. Dai test è risultato che si sentivano meglio dopo aver lavorato quelli che per due anni avevano messo con un piccolo cactus accanto al monitor sul posto di lavoro.

É stata avanzata un’ipotesi, tuttora ancora non dimostrata: il cactus potrebbe aver assorbito parte delle onde elettromagnetiche emesse dal computer. Anche se è ancora tutto da dimostrare, perché non giochiamo sicuri e mettiamo un piccolo cactus sul tavolo di lavoro, visto che il cactus non va curato quasi per niente?

Fonte: Ecoblog



Kite Gen, l’eolico troposferico

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Kite Gen, il nuovo eolico troposferico
Il nuovo eolico troposferico è composto da un anello di 20 Km di dimetro (come il Grande Raccordo Anulare di Roma) da cui partono una serie di leggeri profili alari che volano ad una altezza di 10 Km vincolati alla base attraverso delle funi che hanno il compito di farla girare e produrre così energia.

Questo immenso impianto è stato studiato per essere installato in mezzo al mare ma soprattutto per produrre una quantità di energia elettrica che potrebbe essere sufficiente a coprire il fabbisogno elettrico del nostro paese anche in giornate non particolarmente ventose. Lo scopo di questa tecnologia è proprio quella di sfruttare la fonte energetica eolica altrimenti non sfruttabile con i comuni generatori.

Il cervello del progetto è un software che pilota automaticamente i profili alari ricevendo dati radio dai sensori avionici montati a bordo, in maniera che le traiettorie di volo possano essere controllate e normalmente dirette a massimizzare la produzione di energia. Inoltre il software permette di far girare la base alla velocità desiderata.

Oltre al vantaggio di poter sfruttare fonti energetiche a quote irraggiungibili con le comuni turbine, questa tecnologia offre una maggiore efficienza delle ali, infatti l’intero profilo alare vola a velocità di 70 - 80 m/s. Secondo alcune analisi finanziarie per una centrale Kite Gen da 100 MW con un ciclo di vita di 20 anni proietta un costo dell’energia prodotta inferiore a 30 € per MWh rispetto ai 60 € da combustibili fossili.

Dal punto di vista ambientale i vantaggi sono rappresentati dalla riduzione di gas climalteranti ma soprattutto dal “poco ingombro” se relazionato alla quantità di energia prodotta. E’ ovvio però che, per motivi di sicurezza, l’installazione di una centrale come questa richiederebbe la chiusura dello spazio aereo.

Ad oggi è stato costruito un primo prototipo con il nome in codice KSU1. Questo, grazie all’autorizzazione dell’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) viene testato ad un altezza di 800 m e i primi risultati sembrano essere più che soddisfacenti. Va sottolineato, come già presentato in precedenza, che nel mondo si stanno sviluppando molte altre tecnologie simili a queste.

Fonte: EcoBlog



M’illumino di 400 megawatt in meno

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M’illumino di 400 megawatt in meno Terna ha diffuso i risultati dello spegnimento delle luci dello scorso 15 febbraio. Il comunicato ufficiale recita testualmente: “Nel pomeriggio di oggi, alle ore 18.00 in concomitanza con l’avvio dell’iniziativa “M’illumino di meno” del programma Radio Rai Caterpillar, TERNA, la società responsabile della trasmissione e del dispacciamento dell’energia elettrica a livello nazionale, ha rilevato una riduzione istantanea del fabbisogno di energia elettrica dell’ordine di 400 Megawatt equivalente al consumo di circa 7 milioni di lampadine. Il valore è superiore di 100 Megawatt rispetto al risparmio energetico registrato nell’edizione del 2007.”

Ora, come faceva notare il professor Riccardo Basosi dell’università di Siena, si tratta dell’1% della potenza richiesta alla rete. Provo a tradurre questo dato in qualcosa di concreto, concedetemi un po’ di libertà per giocare con le idee e con le cifre: se partiamo dall’assunto che solo persone mediamente sensibili al risparmio energetico abbiano partecipato, che il resto della popolazione si sia comportato come d’abitudine e che i partecipanti abbiano spento tutto quello che potevano, allora ne ricavo che gli attenti al risparmio energetico sono circa un centesimo della popolazione italiana.

Le persone normalmente attive nel risparmio energetico potrebbero essere più di un centesimo, considerando che il loro contributo ai consumi energetici e’ inferiore alla media (più ecologisti che consumano poco contribuiscono come meno persone che consumano tanto). Posso anche concedermi il lusso di pensare che non tutti coloro che attivamente risparmiano energia abbiano deciso di partecipare alla manifestazione (vi porto ad esempio il boicottaggio della Rete Lilliput).

L’amara conclusione di questa acrobazia mentale e’ che, secondo me, non siamo ancora abbastanza. Siamo ancora sotto la massa critica necessaria a influire davvero sui consumi, sullo stile di vita, sulle politiche energetiche. La buona notizia e’ che si e’ risparmiato il 25% in più rispetto allo scorso anno, ma dobbiamo darci una mossa, perché se andiamo avanti a convincere solo uno 0.4% degli italiani all’anno, per arrivare ad essere la maggioranza ci metteremo una vita!

Fonte: Ecoblog



M’illumino di meno 2008

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Anche quest’anno, per la quarta volta consecutiva, ritorna l’appuntamento con: M’illumino di meno.
Caterpillar, col patrocinio del Ministero dell’Ambiente e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, vuole promuovere una giornata all’insegna del risparmio energetico, invitando tutti allo spegnimento di tutte le luci e di tutte le apparecchiature elettroniche non indispensabili dalle ore 18 in poi del 15 Febbraio 2008.

La differenza con l’edizione del 2007? Quest’anno si vuole incitare tutti i comuni d’Italia allo spegnimento di tutte le luci di cui si può fare a meno, se lo facessero anche solo la metà dei comuni sarebbe comunque un grande successo.

Certe volte basterebbe veramente poco per risparmiare sulla bolletta e fare qualcosa di buono per il nostro bel pianeta… anche sul posto di lavoro… spegniamo i monitor quando siamo in pausa!!!

Fonte: CiVado



L’energia nucleare non conviene

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Volete il nucleare?” A questa richiesta, formulata in tre quesiti, 8 italiani su 10 nel 1987 risposero No. Tra due giorni, giovedì 8 novembre, si celebra il 20° anniversario di una scelta radicale per il nostro Paese: quella fatta con il voto del referendum popolare che ha bandito la produzione di energia nucleare e reso l’Italia la prima tra le nazioni industrializzate a uscire dall’atomo. Una strada che solo recentemente hanno seguito in Europa anche la Germania e la Spagna. Pensare di tornare indietro sarebbe folle. Se l’Italia oggi volesse allinearsi alla produzione elettrica media UE da nucleare (30%), dovrebbe costruire 8 reattori come quello che sta realizzando la Finlandia (il più grande al mondo), oppure 8 come gli ultimi completati in Francia tra il ‘96 e il ‘99, oppure 12 di quelli più grandi in costruzione in Cina o 13 di quelli di tipologia russa.Sebbene l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) abbia censito nel mondo, a ottobre 2007, ben 439 centrali in attività per una potenza installata di 371.647 MW, il nucleare è oggi una fonte di energia in declino e, dopo la tragedia di Cernobyl del 1986, vede la maggioranza dell’opinione pubblica europea nettamente contraria. E lo è nonostante la ripresa di programmi nucleari in alcuni Paesi, nonostante la nuova ondata di consenso da parte del mondo politico alle prese con l’impennata dei prezzi del petrolio e, più recentemente, anche con la crisi del gas russo, nonostante l’atteggiamento possibilista di chi la considera un’opzione “pulita” per favorire la riduzione di gas serra e combattere i cambiamenti climatici. Infatti secondo l’AIEA, il contributo dell’atomo al fabbisogno mondiale di energia scenderà dal 15% al 13% entro il 2030. E a spiegare questo trend negativo ci sono i soliti vecchi problemi legati a questa fonte energetica. In primo luogo quelli legati alla sicurezza delle centrali, alla gestione delle scorie e allo smantellamento degli impianti in disuso, nonché alla loro protezione da eventuali attacchi terroristici e alla proliferazione di armi a testata nucleare. A cui si deve aggiungere la sempre minore disponibilità di riserve di uranio e i costi “veri” necessari per fornire 1 kWh di energia elettronucleare. Legambiente li ha analizzati uno per uno in un dossier (in allegato) dal titolo“I problemi irrisolti del nucleare a vent’anni dal referendum”, presentato questa mattina nel corso di una conferenza stampa.“Quella dei costi è la vera questione: produrre energia nucleare è antieconomico – ha detto Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente -. Un aspetto su cui si continua a fare falsa propaganda, soprattutto in Italia, spacciando l’atomo come una tra le fonti meno care. Infatti negli Stati Uniti, dove i produttori sono tutti privati, non si inaugura un impianto dalla fine degli anni 70 e oggi, in Europa, solo la Finlandia sta costruendo un nuovo reattore, tra mille intoppi e pesanti ritardi dovuti a problemi costruttivi e all’aumento dei costi. Insomma chi ne parla come di una fonte competitiva sotto il profilo economico, mente sapendo di mentire: il costo di un kWh di elettricità da nucleare deve necessariamente comprendere anche la chiusura del ciclo del combustibile, lo smaltimento delle scorie e lo smantellamento delle centrali per essere considerato reale e competere sul mercato”. Il dossier traccia in primo luogo la mappa del nucleare civile nel mondo. Leader per numero di centrali sul proprio territorio sono gli Stati Uniti con la bellezza di 104 impianti in funzione, seguiti dalla Francia con 59 (che copre così il 78% del fabbisogno elettrico nazionale) e dal Giappone con 55. Nel Vecchio Continente, dove sono attivi 197 reattori, alle spalle della Francia, c’è la Russia con 31 centrali, quindi l’Inghilterra con 19, la Germania con 17 e l’Ucraina con 15. Un problema tutt’altro che secondario è quello legato all’ingresso nell’Unione degli Stati dell’Est Europa. Oggi più che in passato nel mondo occorre garantire nuovi e più elevati standard di sicurezza. Nei nuovi membri UE il controllo sulle centrali e la chiusura di quelle più vecchie richiede un forte impegno soprattutto finanziario. Sebbene negli ultimi anni siano stati ridefiniti anche regolamenti e direttive sulla tempestiva notifica in caso di incidente e sulla gestione dell’emergenza, dobbiamo registrare forti ritardi nella dismissione di alcuni impianti, se non addirittura il prolungamento dell’attività di reattori che non dovrebbero più funzionare. E’ il caso della centrale di Ignalina in Lituania, di quella di Bohunice in Slovacchia o di quella di Temelin nella Repubblica Ceca, dove negli scorsi anni si è verificata una serie di piccoli incidenti che hanno messo in allarme la vicina Austria. Nel 2003, nell’impianto di Paks in Ungheria (considerato dall’AIEA tra i 25 più sicuri del mondo) si è verificato un incidente classificato di livello 3 della scala INES (International Nuclear Event Scale). Ma la storia del nucleare, sia civile che militare, è costellata da una lunga lista di incidenti, che Legambiente ha provato a mettere in ordine (si tratta solo degli episodi conosciuti): tra i più gravi vanno ricordati quello di Sellafield in Inghilterra nel 1957, quello di Three Mile Island nel 1979 negli USA, la catastrofe di Cernobyl, Tokaimura in Giappone nel 1999 e Mihama nel 2004, sempre in Giappone.“Alla sicurezza degli impianti va aggiunto il rischio del terrorismo internazionale, visto che il plutonio derivante dal funzionamento delle centrali è una fondamentale materia prima per chi intende costruire armi atomiche – ha spiegato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. In più resta invariato il problema dello smaltimento definitivo delle scorie che a oggi non è stato risolto da nessun Paese al mondo”.

Oggi i rifiuti radioattivi (si calcola che 250mila tonnellate siano in attesa di stoccaggio) devono essere sottoposti a un complesso iter fatto di classificazione e trattamenti. Esistono circa 80 depositi “provvisori” nel mondo, ma non ancora un sito di stoccaggio definitivo. L’unico prevedibile è quello di Yucca Mountain in Nevada (USA) che, se tutto andrà a buon fine, entrerà in funzione tra il 2010 e il 2015. Neppure l’Italia, con la sua modesta quantità di scorie, ha saputo risolvere il problema, vista la pessima proposta di localizzarli a Scanzano Ionico nel 2003. Eppure è necessario trovare un sito definitivo per le scorie a media e bassa attività nel nostro Paese, mentre per quelle più radioattive (che sono in quantità minore) si dovrà trovare una sistemazione finale in un deposito all’estero dove sono ancora in attività centrali nucleari, come previsto dalla Convenzione AIEA ratificata dall’Italia nel gennaio del 2006. C’è infine il decommissioning, ossia lo smantellamento delle centrali una volta spente. Si tratta di un processo delicato e molto oneroso che comporta rischi altissimi per la sicurezza data la radioattività delle componenti del reattore e di cui non esiste un protocollo unico a livello mondiale.

Fonte: LEGAMBIENTE



Le auto fanno male come le sigarette: una proposta europea

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Mercoledì scorso il Parlamento europeo ha proposto che le pubblicità delle automobili siano accompagnate da messaggi di avvertimento come quelli sulle sigarette e i tabacchi: messaggi che avvertano dell’impatto ambientale del proprio acquisto.

Secondo la proposta, il 20% dello spazio pubblicitario o della durata di uno spot dovrebbe essere riservato ad informazioni sui consumi dell’auto e sulle emissioni di CO2, di cui dovrebbe essere anche messo in evidenza il collegamento col riscaldamento globale.

Insomma, come dice l’International Herald Tribune, sembra proprio che il green-washing delle case automobilistiche - che mostrano le proprie auto sfrecciare nella natura più incontaminata o addirittura sotto enormi pale eoliche - stia per tornare indietro come un boomerang.

In realtà però siamo molto lontani da una proposta legislativa: al momento stiamo parlando di una semplice risoluzione parlamentare, mentre nell’Unione europea il monopolio dell’iniziativa legislativa è riservato alla Commissione (l’esecutivo). Il Parlamento con questa proposta cerca quindi di influenzare l’esecutivo europeo. Abbiamo però visto come in tempi recenti in seno alla Commissione ci sia stato un vero e proprio braccio di ferro sulle nuove norme riguardanti le emissioni delle auto: proprio per questo, solitamente le posizioni della Commissione risultano più morbide e mediate.

L’industria è comunque molto preoccupata di questa proposta e non solo quella automobilistica. Ogni anno infatti in Europa le case automobilistiche spendono €6 miliardi in pubblicità: soldi che avvantaggiano anche l’industria della pubblicità e i media. Se le auto facessero la fine delle sigarette, questo business potrebbe uscirne azzoppato. Ma verrebbero premiate le case che producono auto ecologiche. Un’opinione che però non è condivisa da Peta Buscombe, presidente della Advertising Association britannica, l’associazione dei pubblicitari: secondo la Buscombe una mossa come quella proposta dal Parlamento europeo non avrebbe molti effetti sulla domanda dei consumatori. I pubblicitari si sentono presi come capro espiatorio, in seguito al fatto che – come dicevamo prima – la Commissione non è riuscita ad essere coraggiosa in materia di riduzione delle emissioni di CO2 delle auto.

Chris Davies, europarlamentare del gruppo ADLE che è stato il relatore della proposta, è invece convinto che il “nuoce gravemente alla salute” sulle auto avrebbe un grosso impatto, perché oggi le pubblicità cercano di convincere a comprare macchine sempre più potenti, grosse e veloci. Tutte caratteristiche che portano con sé, aggiungo io, maggiori consumi. L’obiettivo della normativa – spiega Davies – sarebbe quello di portare le case automobilistiche a competere sull’informazione ambientale e non solo sui cavalli o sul design.

La lobby pubblicitaria comunque ha detto che concentrerà la propria azione di convincimento sulla Commissione, che infatti come si diceva è l’unica che può proporre misure concrete e che proprio l’anno prossimo dovrà proporre al Parlamento europeo ed al Consiglio una nuova normativa sulle emissioni automobilistiche.

Come finirà? Secondo me prevarrà una soluzione di compromesso. Barbara Helfferich, portavoce del Commissario all’Ambiente Stavros Dimas, non si è sbilanciata, ma ha cripticamente dichiarato: “Sulle auto dovrebbe essere chiaramente indicato se rispettano gli standard europei”. Ora, considerando che attualmente le norme europee obbligano ad informare sulle emissioni e sui consumi, ma che questa informazione in molti paesi è fornita a caratteri microscopici, c’è da scommettere che qualcosa cambierà in questo senso.

La contromossa dell’industria automobilistica invece è quella di adottare un codice di autoregolamentazione sulla pubblicità, sperando così di evitare norme obbligatorie.

Speriamo che anche le lobby ambientaliste, a partire da Greenpeace, si facciano sentire e appoggino di fronte alla Commissione la proposta del Parlamento europeo.

Fonte: EcoBlog



Notte bianca dell’energia Catania

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CataniaVenerdì 19 ottobre: signore e signori, va in scena la Notte Bianca di Catania. A conclusione della quinta edizione dell’Open Days, settimana europea delle regioni e delle città dedicata al tema “L’energia e lo sviluppo”, la città dell’Etna, scelta per ospitare l’evento, si metterà in mostra. Non per riscoprirsi regina per una notte, ma per concentrare in un itinerario ed in momento temporale definito la pluralità di forze, energie, risorse, che da sempre fanno della nostra una città “viva”, un spazio aperto, un laboratorio naturale delle diverse tendenze nella musica, nell’arte, nel teatro, nelle forme di cultura “alta” insieme alla tradizione popolare che meglio di altre sono Cultura con la C maiuscola, riuscendo ad essere fucina di talenti. Attingendo a qual bacino naturale enorme che altro non è che la vocazione artistica di una intera cittadinanza.
Una festa per la provincia etnea, all’insegna della riscoperta delle energie che nascono nel nostro territorio, che offrirà un qualcosa di totalmente unico ed originale seguendo l’itinerario dei luoghi della Movida Catanese. Partendo da Piazza Teatro Massimo, addentrandosi nelle viuzze adiacenti Piazza Università, per poi risalire lungo la Via Etnea. Teatro, discoteca, musica, arte, voglia di stare insieme e condividere gli spazi di una città che non ha mai avuto paura di mettersi in mostra.

Fonte: Civado.eu



In accapatoio contro lo smog

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4 ragazze in accappatoio fermano gli automobilisti milanesi e cercano di convincerli a usare meno la macchina e più le biciclette.
Cercano anche di convincere altre studentesse ad unirsi nella crociata ambientalista, riempiendo i semafori urbani di ragazze in crociata contro lo smog. Non si sa che altro avessero sotto l’accappatoio, a parte i tacchi a spillo.

Di certo hanno avuto l’idea di sfruttare la loro femminilità per “veicolare” un messaggio. Qui si riapre la questione suscitata dall’intervista a Francesca Pratali. Una bella ragazza fino a che punto può approfittarsi della propria avvenenza per farsi ascoltare? Una bella ragazza deve nascondersi o imbruttirsi se vuole essere presa sul serio?

Non metto in dubbio che le 4 protagoniste del video vestendosi in questo modo abbiano attirato l’attenzione e siano riuscite a farsi ascoltare da un pubblico generalmente impermeabile ai messaggi “ecologici”, ma in che parte l’attenzione che hanno sollevato è diretta al messaggio e in che parte gli interlocutori sono distratti dallo spettacolo insolito?
E se girasse la voce e la gente prendesse la macchina apposta per farsi abbordare dalle ragazze in accappatoio?

Quale è il modo migliore per convincere gli automobilisti a prendere in considerazione mezzi di trasporto alternativi?

Fonte: EcoBlog



I tagli alle emissioni dei motori auto sono ridicoli

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Il T&E (European Federation for Transport and Environment) “la tendenza dei produttori di auto europei rimane quella di costruire auto sempre più pesanti che tendono a emettere di più e uccidono più pedoni” e basa questa affermazione su dei dati precisi: “il peso medio delle nuove auto realizzate in Europa è cresciuto di 17 chilogrammi nel 2006, arrivando a 1,38 tonnellate”.

Aat Peterse, della T&E e’ granitico: gli obbiettivi volontari delle case automobilistiche “non valgono la carta su cui sono scritti”. Le case automobilistiche hanno tenuto nei loro cassetti, per anni, le tecnologie già testate e disponibili che avrebbero potuto cambiare le cose. Le stanno tirando fuori solo adesso che lo spauracchio delle regole si concretizza davanti ai loro occhi. Efficient Dynamics (BMW), ECOnetic (Ford), ecoFLEX (Opel/Vauxhall), eco2 (Renault) e BlueMotion (VW)
Thomas Weber, dal DaimlerChrysler, gli risponde che tre anni fa “nessuno” voleva motori efficienti.

T&E fa notare anche che i motori costruiti dalle case automobilistiche europee sono ancora lontani dai 140 grammi di anidride carbonica per chilometro percorso da raggiungere a fine 2008 o i 120 del 2012 o, ancora, gli 80 del 2020. Nel 2006 la media era di 160g e il guadagno dal 2005 e’ stato di un misero mezzo grammo.

Aat Peterse preannuncia la prossima mossa delle case automobilistiche per vendere, legalmente, macchinoni sempre più grandi: basare le emissioni non a chilometro percorso ma a Kg di auto spostato. Macchine più pesanti dovrebbero “avere il diritto” di fumare di più.

Mi permetterei di far notare che, stando ai dati dell’OMS, l’inquinamento prodotto dalle auto ammazza più persone di quelle che finiscono i loro giorni sulla strada, dopo un incidente.

Fonte: EcoBlog